Lavorare all’interno di un carcere è per un professionista un’esperienza ricca di stimoli operativi che, al tempo stesso, suscitano una serie di domande circa la reale funzione rieducativa degli istituti di pena e la concreta capacità di fornire strumenti per il reinserimento sociale del reo.
Il sovraffollamento degli istituti penitenziari è ormai fatto noto a tutti; l’Italia è stata più volte rimproverata dall’U.E. per le condizioni disastrose in cui versano i nostri detenuti, tuttavia poco o quasi nulla è stato fatto per ovviare a questa incresciosa situazione. In realtà l’Ordinamento Penitenziario italiano è il più innovativo tra quelli europei, il richiamo all’umanizzazione  nell’espiazione della pena è costante, ma molte sono le difficoltà che non ne consentono la piena realizzazione.
Se è pur vero che il detenuto ha infranto il patto sociale e che con il reato ha leso il diritto altrui è, altresì, certo che egli è un cittadino del nostro Paese al quale vanno riconosciuti i diritti fondamentali; la privazione della libertà non può annullare l’essere umano.
Il mio intervento terapeutico perciò ha da sempre avuto come obiettivi primari quelli di far riscoprire al detenuto il suo essere persona, destrutturare l’identificazione del SE’ con il ruolo di deviante e riappropriarsi degli altri aspetti e funzioni della sua identità. A questo scopo ho organizzato sedute di gruppo e utilizzato come strumento l’arte-terapia. In particolare il teatro che,  attraverso l’identificazione col personaggio e il potere della finzione, svela realtà interiori nascoste sconosciute a se stessi con la sua forza trasformatrice.
Taluni dei detenuti che hanno partecipato all’esperienza teatrale sono oggi uomini liberi, alcuni di essi sono addirittura diventati famosi per aver recitato nel film “ Cesare deve morire “ diretto dai fratelli Taviani , ricevendo il David di Donatello per la loro capacità artistica!
La pittura come mezzo di conoscenza ed espressione del proprio mondo interiore, è stata utilizzata specialmente con i ristretti della sezione “ minorati psichici”. Per questi soggetti il segno si è rivelato più efficace della parola, il dipinto più articolato di una frase, troppo spesso giudicata, a torto, senza senso perché fuori dal costrutto lessicale ordinario.
Attraverso le opere pittoriche i “ ragazzi della terza sezione” hanno comunicato con inequivocabile chiarezza la loro sofferenza, le loro paure , i ricordi orribili del manicomio criminale, ma anche i volti dei propri cari, i giochi dell’infanzia ossia il loro mondo quello che nessun discorso avrebbe saputo rendere con la medesima immediatezza ed efficacia.
I quadri realizzati sono stati esposti alcuni anni fa a una mostra ed hanno consentito agli autori di usufruire di un giorno di permesso, ancora oggi questo evento è ricordato dai detenuti che vi hanno partecipato.
Particolarmente significative sono state le esperienze in cui si sono usate le foto e le immagini come mediatori artistici che, per il loro forte potere evocativo, hanno incoraggiato il contatto con le emozioni ed i vissuti più profondi dando luogo alla costruzione di storie la cui forza narrativa mette in luce la capacità espressiva e creativa dei partecipanti, risorse importanti per la progettualità
futura.
Molti degli autori dei racconti migliori sono oggi in libertà ed hanno utilizzato la creatività nell’attività lavorativa.
Vari laboratori di arte-terapia sono ancora in corso, l’adesione dei detenuti è sempre numerosa perché maggiore è la consapevolezza che la stanza delle sedute è il luogo fuori dallo spazio-tempo quotidiano, dove ciascuno può esprimersi liberamente in quanto persona e non più personaggio deviante.

Dott.ssa Sandra Vitolo, psicologa e psicoterapeuta presso la Casa Reclusione di Rebibbia,
Roma.

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